Un uomo sulla cinquantina sale in metro alla mia stessa fermata. Segni particolari: bellissimo.
Con lui, le due figlie (14 e 18 anni circa).
Segni particolari: bellissime.
Tutti e tre sono identici nello stile: delicati, sobri, discreti.

Le due ragazze siedono accanto a me. Lui di fronte.
Hanno le valige e tornano a casa, probabilmente, dopo il weekend romano. Una casa milanese, a giudicare dall’accento.

Entrambe sono su whattsap.

La figlia più piccola ogni 5 minuti fa “papà“, lui solleva la testa e la guarda. Lei a quel punto chiede qualcosa di poco importante (l’ora, il treno, altre fesserie).
Quella più grande è di cattivo umore. Sembra aver litigato poco prima di salire in metro. Oppure ha le sue cose.

A Barberini, quando ormai la carrozza è strapiena e padre e figlie non possono guardarsi, di nuovo la ragazzina fa: “papà?”.
E sento lui che risponde, oltre il muro umano che ci separa: “dimmi”.

Al che lei, ci pensa alcuni secondi e improvvisa: “mi manchi!”. Poi, ride. Ride anche, finalmente, la sorella musona. Sento ridere il padre.

Io mi commuovo. Figo poterlo dire!

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