Metro A.

Una ragazza Rom di appena vent’anni abbraccia un bimbo di uno o due mesi che piange disperato: sembra un micetto ancora con gli occhi chiusi e l’energia vitale di un gigante.

Lei lo culla con movimenti oscillatori che cambiano continuamente nel tentativo di calmarlo, ma lui niente, continua a singhiozzare.

Avete presente quando un neonato piange talmente tanto da diventare livido in volto, trattenere il respiro per alcuni secondi durante i quali ti interroghi se sopravviverà, e tu non puoi fare altro che stare in apnea con lui? Morire con lui o continuare a respirare e a vivere con lui? Sì?

Bene. La guardavo, attenta: il volto concentrato, il respiro sintonizzato con quello di suo figlio, le labbra sussurranti qualcosa, non so se una preghiera, una canzone oppure semplicemente parole sconnesse. Niente da fare. Quello continuava la sua litania urlata e disperante.

A un certo punto, si alza una signora: la osservo perché è una quelle persone magnetiche, che sanno dove stanno andando, che quasi sempre fanno bene anche quando sbagliano.

Lei è una molto sportiva, con un foulard colorato e i capelli corti. Va dalla ragazza e le mette una mano dietro la schiena per dirle di seguirla. Senza parole. Quella la guarda un po’ stupita ma si affida.
Siedono una accanto all’altra a pochi passi da me. Poi, la donna tocca il bimbo con mani esperte, lo rigira da un lato, dall’altro, lo tiene riverso sulle proprie gambe.

La giovane madre la guarda seria, senza dire niente. Quindi parlano a voce bassa: la signora le dice che forse ha doloretti al pancino, cosa deve fare e come.

Arriviamo a una fermata e la signora fa: scendiamo un attimo da qui. La ragazza col bambino la segue.

Il treno riparte. Vedo dal finestrino loro due che siedono sulla banchina, vicinissime.
Il bambino non piange più: sembra un miracolo.
Piango io.

L’umanità è più forte della miseria, più grande della cattiveria, più resistente della rabbia, più vera della paura.
Dobbiamo avere fede nell’umanità.

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