Nazrul ha una lavanderia. Ci lavora dalle 8.00 alle 20.00 (ma quando passi alle 22.00 spesso è ancora aperto), ogni santo giorno della settimana. La domenica apre alle 9.00.

Nazrul è un po’ paraculo: parla malissimo l’italiano ma se deve fare battute su qualcosa, sembra conoscerlo molto bene.

Ogni volta che gli porto qualcosa da pulire, facciamo sempre la stessa scenetta: lui, sorrisetto di ordinanza, finge di farmi uno sconto. Io lo guardo e dico, “quanto mi fai pagare di più, oggi?”.

Stasera, gli ho portato più cose perché piove, si è rotto lo stendino e non faccio un bucato da 10 giorni.
Lui mi guarda e dice: “Ilar” (boh, mi chiama così) “tu oggi sei molto stanca…hai figli?”

“No, Nazrul: ma anche se non ho figli, sì, sono molto stanca”
“Guarda mia figlia”, mi fa. Resto stupita perché è la prima volta che me ne parla e così gli dico:

“Ma hai una bambina? E perché io non la conosco? Dov’è?”.

Mi mostra sul display del suo telefono una bimba vestita a festa, capelli cortissimi, due occhi di ebano e attorno a un braccino, tanti braccialetti colorati (“li ama”, mi dice).
Ha 15 mesi.

Nazrul mi guarda interrogativo: si aspetta un commento, qualcosa.
E allora io, ancora assorta, riesco a dire: “Ma è stupenda, davvero. Dov’è?”, gli ripeto con un entusiasmo mal dosato.
“In Bangladesh”.
“Ok… ma quando la rivedi? Quest’estate?”
“Noo…forse tra un anno, non posso prima”.

Inizio a sentire la sua tristezza e così ho paura di proseguire. Ma lui vuole ancora parlare di sua figlia. E così:

“Parla? sa dire qualcosa?”
“Poco: dice ‘mama’ e ‘nona’”
“Tua moglie ti manderà tante foto, vero?”
“Sì, sempre”.
“Da quanti mesi non la vedi?”
“No…”

Purtroppo penso di aver capito male e così, ripeto la domanda:
“Quanti mesi fa l’hai vista? Appena nata?”
“No, mai vista, era in pancia quando partito in Italia”, dice.

Qui, se avessi potuto, mi sarei schiaffeggiata, ma forte.

Gli occhi di Nazrul diventano umidi. Inizia a piangere in silenzio. Tira su il naso e mi rivolge le spalle. Si asciuga il viso.
Dunque, si gira di nuovo, mi sorride e fa: “Ilar prendi due caramelle” e mi porge un contenitore pienissimo di caramelline alla frutta.

Io mi sento dispiaciuta, confusa, arrabbiata. Ma vedendolo sorridere, anch’io sorrido, prendo due caramelle, gli dico grazie, gli dico che è bravo e che si deve riposare un po’ stasera. Poi lo saluto.
Fuori piove tantissimo.

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