Giro serale. Solita tappa alla vetrina di riferimento. Mi accorgo di un maglioncino – aiutatemi a dire – stupendo: semplice, raffinato, versatile.

L’entusiasmo si accende ancor di più, visto il prezzo: so che paio Vanna Marchi, ma si tratta di un prezzo stupefacente e, a mente lucida, un po’ strano: 31€.

Mi dico subito: “ma che è?, 31€ è un regalo, un gesto di liberalità, e farei torto a me stessa se non entrassi a provarlo! Sarà de cartone ma sticazzi, vorrà dire che lo indosso sotto il cappotto (quando non devo togliere il cappotto)”.

Così, già pensandolo mio, varco la porta del negozio e al saluto entusiasta della signora, rispondo direttamente così “ma quel maglioncino delizioso?”.

Lei ride compiaciuta e dice: “ma lo sa che siamo condomine?” E senza soluzione di continuità: “in effetti, guardandola, quel maglioncino è proprio il suo!”.
Io mi giustifico in qualche goffo modo per non averla riconosciuta e poi torno sull’oggetto dei miei desideri. Lo provo: è perfetto. Al che lei fa “guarda, non potrei ma ti faccio uno sconto”. Io sto per dirle: “ma che? Sei scema?”, tuttavia mi taccio perché intanto già declama: invece di 250€, te lo faccio a 230€.

Ora, non so se riuscite a indovinare, con un piccolo sforzo, a questo punto, il sentimento di catastrofe imminente, di tramortimento e di vergogna per essermi cacciata in quel cul de sac da pivella.

Che minchia era 31€? Perché quel maledetto cartellino era posato sulla mia maglia? Comunque sia, io ho la mia etica personale e la mia etica mi impedisce di spendere 230 euro per un maglioncino: questa è una certezza.

Cerco di essere forte, fatto sta che – paralizzata dall’imbarazzo – fisso un punto qualsiasi in attesa che l’angelo della morte mi porti via con sé, così, su due piedi. In alternativa, che mi salvi da una figura di merda senza fine con la condomina.

E succede davvero: no, non l’irreparabile ma un’illuminazione.

Mentre quella – già intenta a cercarmi la busta – risponde a una chiamata, guardo la maglia per riceverne ispirazione, e mi accorgo di un’infinitesimale scucitura lungo i fianchi.

Una roba che con la macchina da cucire di Barbie la stilista, si sarebbe potuta ricucire con agio. Ma tant’è, non ho altre chance.

E così, faccio notare il difetto, quella mi guarda storto, io innalzo l’arco sopraccigliare perché meglio caca-cazzi che deficiente, e la pratica è chiusa.

Non senza il tocco d’artista finale perché sono una coraggiosa, bisogna dirlo: “Ma certamente avrà un altro pezzo no? magari quello è integro!”. E la tizia: “no, ne abbiamo uno per ogni taglia”. Poi mi sorride e aggiunge: “ma se vuole lo ordino, tanto abitiamo nello stesso palazzo”.

E io: “Ma certo! Ok, ci conto eh!”.

#salutameasorata

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