Faceva jogging e non l’ho riconosciuta subito.

L’ultima volta che ci siamo incontrate, tre anni fa, eravamo entrambe in gelateria: lei con il suo bambino ed io sola. Aveva il capo rasato e si intuiva dal volto stanco, che stava male.

All’epoca mi sentii stupida e mi arrabbiai per non essere riuscita a dire niente: solo, “ciao cara, prendi pure il gelato per lui tanto io non ho fretta e devo ancora scegliere i gusti”.
Poi mi confermarono che stava combattendo contro un tumore al seno.

Piansi in silenzio perché, anche se non la conoscevo bene, mi era sempre piaciuta: la più esuberante, la più gioiosa, la più sveglia e fattiva.
La malattia non le avrebbe tolto nulla di tutto questo ma le energie vitali, sì.

Oggi, mi sorrideva già da lontano, con un po’ di timidezza perché io ero soprappensiero: poi ho capito che era lei, e l’ho salutata senza riuscire a nascondere la mia gioia.

Lei ora sta bene, e i suoi occhi sono tornati a sorridere.

Io sono felice. Come se fosse una persona cara. Ma forse – in fondo – le persone care sono proprio quelle a cui rivolgi pensieri di speranza.

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